Testo 1 - Civiltà Greca

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Periodo classico > Sofocle > Edipo a Colono
PERSONAGGI
Èdipo
Antigone
Forestiero ateniese
Coro di vecchi dell’Attica
Ismene
Tèseo
Creonte
Polinice
Nunzio
SCENA: si svolge a Colono, una località a nord-ovest di Atene, presso il bosco sacro delle Eumenidi. Prima rappresentazione (postuma): Atene, 401 a.C.

[Entra Èdipo, cieco, guidato dalla figlia Antigone.]
ÈDIPO: Figlia di questo vecchio cieco, Antigone, a che paese siamo giunti, a quale città? Chi mai quest’oggi accoglierà con striminziti doni l’errabondo Èdipo, che ben poco chiede, e meno di quel poco riceve e si contenta? Sono maestre di rassegnazione le mie prove, e quel tempo, così lungo, che m’è compagno, e per ultima l’indole, ch’è nobile. Figliola, se tu vedi un posto per sederci, in uno spazio profano o sacro ai numi, fa’ che lì io mi fermi e sistemami, sicché ci sia dato sapere dove siamo. Siamo qua giunti come forestieri per informarci da quelli del posto e per compiere ciò che ci diranno.
FORESTIERO: Ciò che so io saprai. L’intero posto è sacro ai numi: Posidone augusto ha qui la sua dimora; e c’è il Titano portatore di fuoco, il dio Promèteo. Il nome dello spazio che tu calchi col piede è «Soglia di bronzo». La soglia di questa terra, il sostegno d’Atene. Questi terreni tutt’intorno vantano come progenitore quell’eroe cavaliere, Colono, di cui portano tutti il nome, che tutti li designa. Questo è il paese; più che con parole noi l’onoriamo con la convivenza.





ÈDIPO: Auguste dee dall’aspetto tremendo, poiché siete le prime alla cui sede io mi sono fermato, in questa terra, sconoscenti non siate verso Febo e me. Quel dio, vaticinando i tanti miei mali, disse che, dopo gran tempo, avrei trovato una tregua giungendo a un paese, segnato come termine, ove trovassi un albergo e un ricetto dalle dee venerabili: la svolta avrei trovato qui della mia vita sventurata, fissando un lucro agli ospiti, una rovina a quelli che, scacciandomi, mi spedirono qua. Mi prometteva qualche segno celeste: un terremoto oppure un tuono o un baleno di Zeus. Ora capisco che certo non fu senza un fido presagio, che nel viaggio io sia stato condotto fino a questo recinto. Ché, nel mio peregrinare, io non avrei trovato innanzi tutto voi, lontane dal vino com’io sono sobrio, né qui mi sarei mai seduto su quest’augusta pietra scabra. Dee, datemi dunque un trapasso, una fine della vita, secondo quelle voci d’Apollo, se in difetto io non vi sembro, soggetto come sono ai più terribili dei dolori fra gli uomini. Vi prego, gentili figlie del Buio vetusto, ti prego, Atene ch’hai nome da Pallade, prestigiosa fra tutte le città: pietà vi chiedo di questo fantasma sventurato di quello che fu Èdipo, ché il mio corpo non è quello d’un tempo.
ANTIGONE: Taci, c’è gente che viene a vedere il luogo dove stai: sono vegliardi.
ÈDIPO: Sì, tacerò, ma tu guida il mio piede via dalla strada, e nascondimi dentro il recinto, fintanto ch’io m’informi di che cosa diranno. La prudenza nell’azione ha radici nel sapere.



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CORO: Vindice pena fatale non càpita quando d’un torto taluno si vendica; quando un inganno d’inganni è la replica, reca dolori non certo gradevoli. Tu da codesto tuo seggio ritìrati, salpa da questa regione le àncore, ché non contamini la patria mia la colpa.
ANTIGONE: Ospiti, in voi c’è pietà. Non reggete alla vista di lui, del padre mio, per le azioni sue non volute, né udirlo osate: pure, di me sventurata, vi supplico, una pietà stringa voi. Io per un padre solingo vi supplico, gli occhi con occhi non ciechi fissandovi, come una donna comparsa dall’àmbito stesso del sangue ch’è vostro. Quel misero abbia un riguardo: ché a voi ci affidiamo come a un dio. Questa grazia ch’è insolita fatela. Io, figlia tua, prego per ciò che t’è caro, sia pargolo, sia la tua donna, un tuo santo, un tuo vincolo. Guarda, e vedrai che nessuno degli uomini scampare potrà quando un dio l’incalzi.
CORIFEO: Sta’ certa che di te, figliola d’Èdipo, pietà ci stringe, e, per la sua disgrazia, anche di lui. Ma ciò che dagli dèi viene ci fa paura, né di dire una parola in più ci basta l’animo.
ÈDIPO: Dunque a che cosa serve la nomea, la buona fama, se si sparge invano? Atene è la più pia delle città, si dice, ed è la sola che sia in grado di dare la salvezza a uno straniero maltrattato, e capace di difenderlo. Ma per me tutto questo dov’è andato a finire, se voi mi fate alzare da questo seggio e mi cacciate via, solo per la paura del mio nome? Ché non si tratta della mia persona, né delle azioni: ché le azioni mie sono piuttosto subìte che fatte. Se dovessi narrarti di mia madre e di mio padre... la ragione è lì, dell’orrore che senti, lo so bene. Ma di me, come credere che l’indole sia malvagia, se altro non ho fatto che reagire ad offese? Anche se avessi agito in piena consapevolezza, malvagio non sarei di certo. Ma io sono giunto dove sono giunto senza coscienza di nulla; coloro che mi fecero vittima, sapevano, loro sì, di distruggermi. Pertanto, ospiti, in nome degli dèi, vi prego, come di lì voi m’avete rimosso, così adesso salvatemi, e gli dèi che volete onorare, non poneteli, ora, in non cale. Siate ben convinti che lo vedono, loro, chi, fra gli uomini è pio, così come vedono gli empi, e non c’è stato mai per un sacrilego, fra i mortali, uno scampo. Sta’ con loro, con gli dèi, non gettare un’ombra cupa sulla felice Atene, col prestarti ad azioni sacrileghe. Accogliesti con un pegno di fede questo supplice: ora dammi tutela e protezione. E non mi fare torto avendo l’occhio alla mia testa deturpata, orrenda. Io vengo puro e sacro, e ai cittadini reco vantaggi. Quando sarà qui chi detiene il potere, il vostro capo, quale che sia, saprai tutto; ma, intanto, verso di me non essere malvagio.







ANTIGONE: Vedo una donna avvicinarsi, in sella a una puledra sicula. Sul capo un cappello tessalico: le cinge il viso, a schermo del sole. Che dire? È lei? No, non è lei? La mente sbanda. Il sì e il no nel capo mi tenzona! Meschina! Altri non è che lei. Gli occhi raggianti, s’accosta e mi saluta. Mi dimostra che non è altri che la cara Ismene.
ÈDIPO: Figlia, che dici?
ANTIGONE: È tua figlia, la mia sorella. Ormai ne sentirai la voce.
ÈDIPO: Nell’indole e nei loro atteggiamenti, tutt’e due sono simili agli Egizi. In quel paese gli uomini rimangono in casa e stanno seduti al telaio, mentre le mogli procurano, fuori, i viveri. Così fra voi, figliole: quelli a cui spetterebbe darsi pena, badano in casa ai lavori domestici, come fanciulle, mentre in vece loro voi due vi travagliate per i mali di questo disgraziato. Lei, da quando cessò d’essere bimba e invigorì le membra, non fa altro, poverina, che andare insieme a me girovagando e fa il bastone della mia vecchiaia, se ne va errante per boschi selvaggi senza mangiare, scalza, travagliata, misera, dalle piogge e dall’ardore del sole, rinunziando alla sua vita privata, perché il padre trovi un cibo. E tu, figliola, già una volta sei venuta da tuo padre, di nascosto dai Tebani, recando i vaticinî formulati su questa mia persona, e mi sei stata custode fedele, quando dal mio paese mi scacciarono. Quali nuove notizie rechi adesso al padre, Ismene? Per quale missione ti sei mossa da casa? A mani vuote certo non sei venuta, lo so bene, senza recarmi novità paurose.
ISMENE: Padre, non parlerò delle mie pene, di quello che penai nella ricerca di dove fossi. Non voglio soffrire due volte, nel travaglio e nel racconto. Ma si tratta dei guai che adesso affliggono i tuoi due figli sventurati: è questo che ti sono venuta a dire. Prima il loro desiderio era lasciare a Creonte il potere ed evitare ogni macchia alla patria: riflettevano all’antica rovina della stirpe,





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