La guerra civile dei Greci - Civiltà Greca

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La guerra del Peloponneso come guerra civile dei Greci
La pace del 446/5 tra gli Spartani (e la Lega peloponnesiaca) e gli Ateniesi, prevista per trent’anni, ne durò assai meno. Nel 431 scoppia la guerra del Peloponneso, che, pur avendo come oggetto, come di consueto, la potenza o il potere, ha in più una fortissima connotazione ideologica, corrispondente alla radicalizzazione del conflitto politico in Grecia. È la ‘guerra civile’ dei Greci; ma, appunto, combattuta alla greca, cioè da quei soggetti storici preminenti nella storia ellenica che sono le póleis. È dunque la contrapposizione cruenta non di due partiti all’interno di un territorio nazionale unitario, ma di due tendenze politiche, a cui aderiscono le molteplici entità del variegato mondo greco, le póleis, come altrettante molecole di questo scontro: anche se, ovviamente, all’interno di queste, c’è un riflesso dello scontro interstatale; ci sono dunque città democratiche e città oligarchiche e, all’interno di molte singole città, di nuovo i due partiti contrapposti. Tucidide nella Pentecontaetía (I 23 sgg.) dà una rappresentazione complessivamente unitaria (anche se certo non statica) dei processi che conducono allo scoppio del conflitto nel 431.
Si assume come data d’inizio l’invasione dell’Attica da parte dell’esercito peloponnesiaco, guidato dal vecchio re di Sparta Archidamo II; onde il nome, esteso un po’ impropriamente a tutto il primo decennio di guerra (431-421), di guerra archidamica (il re spartano morì già nel 427). Nel I libro (cap. 103) Tucidide ha dato una forte caratterizzazione psicologica del rapporto tra Sparta e Atene, e Corinto e Atene: è la storia di un’ostilità (échthos) degli Ateniesi verso Sparta e di un odio veemente (sphodròn mîsos) dei Corinzi per Atene, che divisero le due città peloponnesiache da Atene a cominciare dai primi anni Cinquanta.


Alla guerra del Peloponneso si attribuiscono, sempre sulla scorta di Tucidide, come cause reali, tre o quattro grandi fatti:
  • l’intervento di Atene nel conflitto nato tra Corinto e la sua colonia nel mar Ionio, Corcira, per il comportamento da tenere nel conflitto civile tra i democratici e gli oligarchici ad Epidamno;
  • la ribellione di Potidea, colonia corinzia sull’istmo della penisola Pallene, la più occidentale della Calcidica, contro la pretesa ateniese di indebolirne i rapporti con la madrepatria;
  • il decreto di Atene contro i diritti commerciali di Megara, sita appunto tra Atene e Corinto. Sono le colonie di Corinto, dunque, il bersaglio diretto di Atene
1. La prima fase della questione corcirese è tutta interna al mondo corinzio. Nel 435 i democratici prendono il potere ad Epidamno; i possidenti, scacciati, chiamano gli Illirii contro la città, che si rivolge a Corcira, madrepatria diretta, mentre comune capostipite è Corinto. Corcira respinge le richieste dei democratici di Epidamno, che perciò si rivolgono a Corinto. Questa interviene ad Epidamno prima con una guarnigione, poi con una flotta, che però viene battuta dai Corciresi presso il promontorio di Leucimma, con il risultato della resa di Epidamno a Corcira che l’assediava. Due anni dopo (433) Corinto cerca la rivincita con altro spiegamento di forze. Corcira si vede costretta a rivolgersi per aiuto ad Atene, che cerca di aggirare le clausole limitative della pace dei trent’anni, stipulando non un’alleanza tout court ( symmachía ), ma un’alleanza sui generis anche nel nome ( epimachía ), confinata a una funzione difensiva: una flottiglia di 10 triremi ateniesi doveva dunque soddisfare l’obbligo contratto verso Corcira, senza caricare Atene della responsabilità di una più grave rottura con i Peloponnesiaci. Lo scontro tra le 60 triremi di Corcira e le 80 della flotta corinzia presso le isole Sibota, nel canale tra Corcira e la terraferma, volse male per i Corciresi, ma l’intervento di altre 20 triremi ateniesi indusse i Corinzi a desistere dalla battaglia quel giorno, come anche il giorno successivo. Delusi e umiliati, i Corinzi si ritirarono meditando vendette.
2. A Potidea, colonia corinzia entrata nella Lega navale ateniese con una funzione anti-persiana, Atene ingiunge di recidere il cordone ombelicale costituito dall’ epidamiurgo (un supermagistrato) inviato annualmente da Corinto alla sua colonia, e di abbattere le mura verso la Pallene. Nel 432 giunge però il rifiuto di Potidea, e la sua disdetta degli obblighi di città alleata di Atene; essa è sostenuta dal re macedone Perdicca II.
3. E ora, di fronte a una Lega peloponnesiaca sempre più disposta a controazioni, Pericle compì un passo che doveva rivelarsi decisivo: proibì ai Megaresi di frequentare l’ agorá attica e i porti dell’impero. Questo significava strangolare l’economia di una città che, come Megara, viveva delle esportazioni di tessuti e vesti di lana, connesse con il ruolo della pastorizia in un’economia che poteva contare molto di meno su terra da coltivare.

La tradizione antica ha talora attribuito a Pericle la responsabilità della guerra e ha individuato i motivi di questa scelta nell’intento di creare un diversivo per le difficoltà suscitategli dall’opposizione, e nel desiderio di tutelare la posizione di potere.
Ma un’interpretazione ben più complessa è quella che fornisce Tucidide. Questi vede, nello scontro tra Atene (con tutto il suo impero) e i Peloponnesiaci, l’esito ineluttabile di un processo naturale, quello della crescita (aúxesis) di un organismo in piena espansione, qual era l’impero ateniese; l’intraprendenza storica che esso esibisce contrasta con i timori di parte peloponnesiaca, timori che proprio quel fenomeno di crescita va ad alimentare fino alla reazione finale. Il giudizio di Tucidide è chiaro: nella dinamica dei fatti l’iniziativa della guerra è dei Peloponnesiaci (in questo senso, la guerra è del, cioè dal, Peloponneso); nelle cause ultime la responsabilità è dell’espansionismo ateniese.





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