Edipo re: Testo - Civiltà Greca

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Periodo classico > Sofocle > Edipo re
PERSONAGGI
Èdipo
Sacerdote di Zeus
Creonte
Coro di vecchi tebani
Tiresia
Giocasta
Primo Nunzio
Servo di Laio
Secondo Nunzio SCENA: a Tebe, dinanzi alla reggia dei Labdàcidi. Altari, con supplici in preghiera. Prima rappresentazione: Atene, forse 411 a.C.

ÈDIPO: Figli, prole novella dell’antico Cadmo, perché sedete qui davanti, incoronati di rametti supplici? E tutta piena la città di fumi d’incensi e insieme di peani e gemiti. Ho voluto ascoltarli senza tramiti, figli:perciò sono venuto qua io, quell’Èdipo a tutti così noto. [Si rivolge al Sacerdote di Zeus:] Dimmi tu, vecchio, che fra tutti spicchi come il più adatto a parlare per loro: che cosa ispira il vostro atteggiamento?È la paura o la rassegnazione? Io vorrei, certo, sovvenire a tutto: senza cuore sarei, se non provassi compassione per questa vostra accolta.
SACERDOTE: Èdipo, re di questa terra, vedi come noi siamo qui presso gli altari tuoi; l’età nostra vedi: non in grado ancora, gli uni, d’un gran volo; gli altri, i sacerdoti, pesanti per gli anni; e gli altri, infine, giovinetti scelti. Il resto della folla, incoronato, è nelle piazze e presso il tempio duplice di Pallade e la cenere profetica che sta in riva all’Ismeno. La città, come tu stesso vedi, troppo sbanda in balìa delle onde, e non ha forza di sollevare il capo dai profondi gorghi, da questo sanguigno rullìo, rullìo, e si strugge nei calici dei frutti, si strugge nelle mandrie pascolanti di buoi, nei parti sterili di donne, mentre s’avventa il dio che porta il fuoco, e incalza la città, funesta peste per cui si svuota la sede cadmea, e l’Ade nero accresce il suo tesoro di lamenti e di gemiti. Né io né i ragazzi, seduti a questi altari, ti poniamo sul piano degli dèi, ma ti stimiamo, fra gli uomini, il primo, sia negli eventi della vita, sia nei contatti coi numi. Tu, venuto nella città di Cadmo, l’affrancasti dal tributo alla dura cantatrice, che pagavamo; né da noi ti vennero istruzioni o ragguagli: fu l’aiuto degli dèi che ti diede fama e stima d’avere sollevato l’esistenza nostra dal crollo. Ebbene, adesso te, Èdipo potentissimo, preghiamo noi, qui, supplici: cerca di trovare una risorsa, sia che ti sia giunta qualche voce divina, sia che un uomo t’abbia edotto: il successo dei disegni, a quanto vedo, è soprattutto valido, per gli esperti. Solleva dunque tu, il migliore di tutti, la città. Coraggio, bada! Per l’antico zelo, ora questo paese vede in te il salvatore: non accada mai che del tuo regno resti in noi memoria d’una resurrezione prima, e poi d’un crollo. Risolleva la città in sicurezza: con auspicî fausti ci désti allora quella sorte: adesso non essere da meno. Ché se intendi essere, come sei, re del paese, sarà meglio regnare su uno Stato popolato che vuoto: non è nulla una torre o una nave, se non abbia gente dentro, se sia deserta d’uomini.







ÈDIPO: Poveri figli miei, non certo ignoto, ben noto m’è ciò che siete venuti a chiedere: lo so che siete infetti tutti dal morbo e, infetti come siete... non c’è nessuno infetto quanto me. Perché il vostro dolore tocca i singoli, ciascuno e nessun altro, mentre l’anima mia piange la città, piange me stesso e voi.
ÈDIPO: Parla dinanzi a tutti: sono afflitto più per costoro che per la mia vita.
CREONTE: Riferirò ciò che ho udito dal dio. Febo c’ingiunge apertamente questo: il miasma è nutrito in questa terra: si cacci per non renderlo insanabile.
CREONTE: L’ordine è chiaro: di punire i rei di quella morte, quali ch'essi siano.
ÈDIPO: E dove stanno? Dove mai trovare quest’ardua traccia d’un delitto antico?
CREONTE: In questa terra – dice: ché chi cerca trova, ma ciò che si trascura sfugge.
ÈDIPO: Ma io da capo svelerò la cosa. Febo col suo prestigio e tu con zelo proponete il problema dell’ucciso. Così anche me vedrete con giustizia alleato, nel fare la vendetta, a questa terra e in pari tempo al dio. Non lo farò per amici remoti: io per me stesso quest’impurità disperderò.
I° Stasimo
CORO: Dolce favella di Zeus, quale verbo ci rechi, dall’oro strofe di Pito a Tebe fulgida? Sono colpito, mi palpita il cuore impaurito d’angoscia. Olà, guaritore di Delo, venerabondo mi chiedo che debito nuovo o, con gli anni che volgono, reduce pensi d’esigere.
Dimmelo, Fama perenne, figliola dell’aurea speranza. Pallade eterna, figliola di Zeus, sei la prima che invoco, e tua sorella Artèmide prego, regina del suolo, che siede sul trono rotondo dell’àgora, e il Dio che saetta: dèi che stornate la morte, mostratevi; se nel passato, stornando di pubblici mali l’insorgere, lungi cacciaste la fiamma del male, venite, di nuovo! Innumeri mali sopporto, ahimè! Malato è tutto il popolo e non c’è la risorsa d’un’arma per la difesa. Ché figli non crescono della terra gloriosa, alle stridule doglie non trovano con i parti una tregua le donne. Vedere puoi: l’uno sull’altro, con foga d’uccello, balza alle rive del dio della tenebra, più svelto assai del fuoco. Perisce la patria, né il conto c’è; mortifere stirpi giacciono sulla terra e nessuno le piange, mentre le spose e le madri dai candidi capelli, alla sponda d’un’ara gemendo, chi qua chi là, deprecano lugubri pene, e brillano voci concordi di pianto e peani. Figlia preziosa di Zeus, tu difendici, benigno aiuto manda. E Ares che dà morte, che me senza scudi bronzei riarde, e cinto di grida viene, le terga volga dalla patria e torni via, nel talamo cali giù della dea del mare o verso quel flutto di Tracia che l’approdo nega. Ciò che la notte incolume lascia, cede al nuovo dì. Estingui, padre Zeus, che d’ignite folgori la forza domini, il dio con l’arma ardente.
Apollo re, voglio da te antistrofe che dagli archi d’oro sia la forza invitta di strali sparsa, a mia difesa, con le chiare fiaccole che Artèmide dea stringe – e va lungo i licî monti.
E chiamo Dioniso mitrato, dio vinoso d’orge, che a questa terra il nome dà, che Baccanti scortano: ardente venga qua con la face splendida, e il dio da tutti gli dèi spregiato colga.
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Edipo: è bene che sappiate ciò che intendo fare: chiunque sia quell’uomo, vieto, in questa terra di cui tengo il trono e il potere, d’accoglierlo o parlargli, di renderlo partecipe di suppliche e sacrifici ai numi o dargli parte d’acque lustrali: tutti lo respingano da casa loro, in quanto è proprio lui la sozzura per noi, come l’oracolo del dio di Delfi ha rivelato adesso.
CORIFEO: C’è dell’altro: ma voci fioche, antiche. Si disse che fu ucciso da viandanti.
ÈDIPO: Non teme voci chi non teme gli atti.
ÈDIPO: Tu, Tiresia, che investighi ogni cosa, i segni rivelabili e segreti, e celesti e terrestri – la città, anche se non ci vedi, lo sai bene in che morbo si trova. Solo in te cerchiamo di trovare un protettore, un salvatore. Febo (se i miei messi già non te l’hanno detto) al nostro invio ha inviato una replica, dicendo che un solo scampo ci verrà dal morbo, se scopriremo bene gli uccisori di Laio e poi li uccideremo oppure li cacceremo in bando dal paese. Tu dunque non negarci eventuali voci d’alati o, se mai li conosca, altri tipi di mantica, salvando te stesso e la città, salvando me, e da qualunque impurità salvandoci che dal morto provenga. Ché noi siamo nelle tue mani, e giovare coi mezzi che si hanno e nel modo in cui si può è per un uomo il còmpito più bello.
TIRESIA: Ahi, com’è grave avere senno, quando chi l’ha non se ne giova: lo sapevo bene, ma non ne ho fatto nessun conto, ché se no non sarei venuto qua.
TIRESIA: Privi di senno tutti. Io non dirò i guai che so, per non svelare i tuoi.









ÈDIPO: Dunque non parli, perfido tra i perfidi? Susciteresti l’ira d’una pietra! E sarai così duro e inesorabile?
TIRESIA: L’indole irosa mi rinfacci, e quella che vive insieme a te, la tua, non vedi.
....perché quell’empio che contamina questo paese, dico che sei tu.
ÈDIPO: Hai l’impudenza di tirare fuori queste parole e credi di salvarti?
TIRESIA: Sono già in salvo: ho la forza del vero.
ÈDIPO: E chi te l’insegnò? Non l’arte, certo.
TIRESIA: Tu, che m’hai spinto a dire, mio malgrado.
TIRESIA: Dico che sei l’assassino che cerchi.
TIRESIA: Senza saperlo, hai coi cari un commercio turpe, né sai l’infamia a cui sei giunto.
ÈDIPO: Pensi di dirmi questo impunemente?
TIRESIA: Se c’è una forza nella verità.
ÈDIPO: C’è, non in te. No, in te non c’è: sei cieco negli occhi e negli orecchi e nella mente.
TIRESIA: Sventurato sei tu con queste ingiurie, con cui costoro ingiurieranno te.
TIRESIA: M’hai rinfacciato la mia cecità. Bene, ti dico che, se tu ci vedi, non vedi né a che punto sei d’infamia né dove vivi né chi sono quelli con cui convivi. Una maledizione a doppio taglio, della madre e del padre, col suo passo tremendo, un giorno da questo paese ti caccerà: se adesso hai buona vista, nient’altro allora tu vedrai che tenebra.






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