I Stasimo - Civiltà Greca

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Periodo classico > Sofocle > Antigone
In questo celebre canto corale, a cui peraltro fa seguito l'episodio centrale del dramma, ossia ἀγών tra Antigone e Creonte, il poeta sviluppa una intensa riflessione sulla condizione dell'uomo, in cui si intrecciano problematiche di natura etica e politica, mirabilmente evocate nel breve spazio di due coppie strofiche. Notevole, in particolare, è la forza dei versi iniziali, nei quali il coro esprime la meraviglia e, al contempo, lo sgomento dell'uomo di fronte al mistero del suo stesso essere.
Nel prologo Sofocle ha presentato la protagonista, attraverso l'incontro con la sorella Ismene, mettendo in luce la stoffa eroica di Antigone e inducendo il pubblico a immedesimarsi con il suo slancio ideale. Nel primo episodio, con l'ingresso in scena di Creonte, la situazione drammatica risulta maggiormente problematizzata: certo la figura del tyrannos è contrassegnata da presunzione e arroganza, ma le argomentazioni introdotte da Creonte nel cosiddetto "discorso della corona" non sono di poco conto, poiché si richiamano alla necessità di autodifesa della comunità politica tramite le leggi. Come spesso accade nella tragedia greca, quanto più si fa stringente il dilemma sulla scena, tanto più il coro pare avvertire la necessità di collocarsi su un piano elevato, ricercando nella visione complessiva della condizione umana e nei valori tradizionali gli elementi che possano orientare la difficile incombenza del giudizio. Il canto corale si sofferma innanzitutto sulle prerogative e sulle grandi potenzialità dell'uomo, documentate dallo straordinario percorso che ha condotto il genere umano dalla condizione ferina a una prospera socialità, ma ricorda che esse possono dar luogo a nuovi e minacciosi pericoli, qualora non siano orientate da una giusta prospettiva etica.
Traduzioni a confronto:
C. Sbarbaro, Sofocle, Antigone, Bompiani, Milano 1943
G. Lombardo Radice, in Sofocle, Le tragedie, Torino 1956 (anche in Sofocle, Antigone, Einaudi, Torino 1982)
E. Cetrangolo, in Il teatro greco. Tutte le tragedie, a cura di C. Diano, Sansoni, Firenze 1970
R. Cantarella, in Tragici greci, a cura di D. Del Corno, Milano 1977 (anche in Sofocle, Edipo re, Edipo a Colono, Antigone, Mondadori, Milano 1991)
E. Savino, in Sofocle, Edipo re, Edipo a Colono, Antigone, Introduzione di U. Albini, Garzanti, Milano 1977
F. Ferrari, in Sofocle, Antigone, Edipo re, Edipo a Colono, Rizzoli, Milano 1982


Sei traduzioni del Primo Stasimo dell'Antigone:
C. Sbarbaro, Sofocle, Antigone, Bompiani, Milano 1943
Molte sono le meraviglie ma nulla è più portentoso dell'uomo. Egli attraverso il mare biancheggiante, sfidando il tempestoso Noto, si spinge, passando sotto i marosi che gli spalancano intorno abissi; e la suprema delle divinità, Gea immortale, instancabile, affatica solcandola su e giù d'anno in anno con gli aratri, rivoltandola con la razza equina. E dei volubili uccelli la schiatta cattura e fa sua preda e delle bestie selvatiche le razze e la natante generazione del mare con maglie di reti intessute, l'uomo scaltro; e doma con artifizi l'agreste montana fiera, e il giubato cavallo affrena chiudendogli il collo in un giogo, e il toro delle montagne infaticabile. E il linguaggio e il pensiero emulo del vento ed a reggersi in città apprese da sé; e degli inospitali geli all'aperto e delle moleste piogge a ripararsi dalle ingiurie, l'uomo che esce da tutto. Imbarazzato, non va incontro a nessun avvenire. Ade solo non troverà modo di scansare: ma a malattie senza scampo seppe escogitare rimedio. Possedendo al di là d'ogni speranza un'ingegnosità, un'arte inventiva, ora va al male, ora al bene. Quando onora le leggi della sua terra e la giustizia giurata sugli Dei è cittadino d'un'eccelsa patria; è senza patria chi al male si mescola per orgoglio. Né mio vicino di casa sia mai né abbia un pensiero in comune con me chi così opera.
G. Lombardo Radice, in Sofocle, Le tragedie, Torino 1956 (anche in Sofocle, Antigone, Einaudi, Torino 1982) Molte ha la vita forze tremende; eppure più dell'uomo nulla, vedi, è tremendo. Va sul mare canuto nell'umido aspro vento, solcando turgidezze che s'affondano in gorghi sonori. E la suprema fra gli dèi, la Terra, d'anno in anno affatica egli d'aratri sovvertitori e di cavalli preme tutta sommovendola. E la famiglia lieve - www.loecsher.it/mediaclassica - 11 degli uccelli sereni insidia, insegue come le stirpi ferine, come il popolo subacqueo del mare, scaltro, spiegando le sue reti, l'uomo: e vince, con frodi, vaghe pei monti le fiere del bosco: stringe nel giogo, folta di criniera, la nuca del cavallo e il toro piega montano, infaticabile. Diede a sé la parola, il pensiero ch'è come il vento, il vivere civile, e i modi d'evitare gli assalti dei cieli aperti e l'umide tempeste nell'inospite gelo, a tutto armato l'uomo: che nulla inerme attende dal futuro. Ade soltanto non saprà mai fuggire, se pur medita sempre nuovi rifugi a non domati mali. Con ingegno che supera sempre l'immaginabile, ad ogni arte vigile, industre, egli si volge al male ora, ora al bene. Se le leggi osserva della sua terra e la fede giurata agli dèi di sua gente, sé con la patria esalta; un senza-patria è chi s'accosta, per sua folle audacia, al male. E non mi sieda mai vicino, al focolare, e in nulla abbia comuni suoi pensieri coi miei chi così vive ed opera. E. Cetrangolo, in Il teatro
E. Cetrangolo, in Il teatro greco. Tutte le tragedie, a cura di C. Diano, Sansoni, Firenze 1970 L'esistere del mondo è uno stupore infinito, ma nulla è più dell'uomo stupendo. Anche di là dal grigio mare, tra i venti tempestosi, quando s'apre a lui sul capo l'onda alta di strepiti, l'uomo passa; e la Terra, santa madre, con l'aratro affatica di anno in anno e con la stirpe equina la rovescia. La tenue prole degli uccelli o quella selvaggia delle fiere o la progenie abitatrice dei marini abissi con intrico di reti a sé trascina insidioso l'uomo; e doma scaltro i liberi animali: piega al giogo il crinito cavallo e placa l'impeto - www.loecsher.it/mediaclassica - 12 del toro irresistibile sui monti. La parola, il pensiero come il vento veloce, l'indole civile apprese da solo e a ripararsi dalla pioggia e dai freddi sereni della notte; fatto esperto di tutto, audace corre al rischio del futuro: ma riparo non avrà dalla morte, pur vincendo l'assalto d'ogni morbo inaspettato. Fornito oltre misura di sapere, d'ingegno e d'arte, ora si volge al male, ora al bene; e se accorda la giustizia divina con le leggi della terra, farà grande la patria. Ma se il male abita in lui superbo, senza patria e misero vivrà: ignoto allora sia costui alla mia casa e al mio pensiero.
R. Cantarella, in Tragici greci, a cura di D. Del Corno, Milano 1977 (anche in Sofocle, Edipo re, Edipo a Colono, Antigone, Mondadori, Milano 1991) Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell'uomo: egli attraverso il canuto mare pur nel tempestoso Noto avanza, fra le onde movendo che ingolfano intorno; e l'eccelsa fra gli dèi, la Terra eterna, infaticabile travaglia, volgendo gli aratri di anno in anno, rivoltandola con la prole equina. E la razza spensierata degli uccelli e delle fiere selvatiche le stirpi e le marine creature dei flutti nei lacci delle sue reti avviluppa e fa preda l'uomo molto ingegnoso; e domina con i suoi ritrovati l'agreste animale vagante per i monti, e il cavallo dalla folta cervice sottoporrà al giogo ricurvo, e il montano instancabile toro. E parola e pensiero celere come vento e impulsi a civili ordinamenti da solo apprese; e fuggire di inospiti geli e di gravi piogge i rovesci del cielo: ricco di risorse, e non mai privo di risorse per ogni cosa che accada, da Ade soltanto non troverà scampo, pur se ha escogitato salvezza da morbi incurabili. - www.loecsher.it/mediaclassica - 13 Possedendo, di là da ogni speranza, l'inventiva dell'arte, che è saggezza, talora verso il male, talora verso il bene muove. Se le leggi della terra v'inserisce e la giustizia giurata sugli dèi, eleva la sua patria; ma senza patria è colui cui il non bene per ardimento si congiunge; e non abiti il mio focolare, né pensi come me, colui che così agisce. E. Savino, in Sofocle, Edipo re,
E. Savino, in Sofocle, Edipo re, Edipo a Colono, Antigone, Introduzione di U. Albini, Garzanti, Milano 1977:Pullula mistero. E nulla più misterioso d'uomo vive. Oltre increspato mare su folate d'autunno corre, rete di fragori pista sotto arcate d'acqua. Tra dèi l'altissima, Terra, sempreviva, che non sa stanchezze, strema, aratri altalenanti, ritmo di stagioni, rivanga con forza di cavalli. Svagata razza d'uccelli in gabbia, preda, e orde di selvagge prede e salmastra natura di mare con trama flessibile di nodi, uomo, pensiero che spazia: prostra con ordigni preda che sotto aperti cieli abita le rocce, e così imprigiona a stanghe di fatica collo equino boscoso, e toro delle rocce che non sa stanchezza. E di linguaggio, d'ariose intelligenze, di forze armonizzate in leggi e mura, fu maestro a sè. E di rifugi da lame di gelo sotto gli astri - impossibile vivere – e d'ostici scrosci, infinito artista: inerte non affronta nessun domani. Solo dal Nulla non costruirà vie di fuga. A malattie senza perdono scudi ha ideato. Lume della mente, mani artefici senza limiti: ecco l'uomo. Pure scivola nel vizio. Tende a virtù se attua codici terreni e retti patti di divinità. Allora è colonna dello Stato: Stato non ha chi è intriso d'arroganza, d'immoralità. - www.loecsher.it/mediaclassica - 14 Non voglio tra le mie pareti, non voglio nella mia amicizia chi tanto osa.
F. Ferrari, in Sofocle, Antigone, Edipo re, Edipo a Colono, Rizzoli, Milano 1982 Molti sono i prodigi e nulla è più prodigioso dell'uomo, che varca il mare canuto sospinto da vento tempestoso del sud, fra le ondate penetrando che infuriano d'attorno, e la più eccelsa fra gli dei, la Terra imperitura infaticabile, consuma volgendo l'aratro anno dopo anno e con l'equina prole rivolta. Degl'ilari uccelli la specie e le stirpi delle bestie selvagge e la prole del mare accerchia e cattura nelle spire attorte delle reti astutamente l'uomo; e doma con le sue arti la fiera che ha silvestre covile fra i monti e piega al giogo il collo del cavallo d'irsuta criniera e dell'infaticabile toro montano. E apprese la parola e l'aereo pensiero e impulsi civili e come fuggire i dardi degli aperti geli e delle piogge. D'ogni risorsa è armato, né inerme mai verso il futuro si avvia: solo dall'Ade scampo non troverà; ma rimedi ha escogitato a morbi immedicabili. Scopritore mirabile d'ingegnose risorse, ora al bene ora al male s'incammina: in alto nella città se conserverà le leggi della sua terra con la giustizia che ha giurato; fuori dalla città, se per audacia si macchierà d'infamie. Non condivida il mio focolare, non amico mi sia chi agisce così.
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