Introduzione 2 - Civiltà Greca

Vai ai contenuti
Periodo classico > Sofocle > Edipo a Colono
Anche le purissime pagine del Fedone sulla morte di Socrate, giustamente accostate, per analogia di contenuto e di tono, a questo racconto, sembrano impallidire. Nella ricerca d’una tematica, gioverà soprattutto rilevare il tema lirico del paesaggio, che rintocca dovunque. Fu citato a confronto il Purgatorio dantesco. Ma qui, pur nella levità dell’aura poetica, avverti un’aderenza al paesaggio vero di Atene; i personaggi e il Coro lo contemplano con occhi ammirati; circola spesso nelle parole un senso di cose note, di nomi familiari, di realtà lietamente possedute. Non vale indugiare sul memorabile stasimo, che, tanto idoleggiato dal classicismo, colpì, insieme con la voce virginale d’Antigone «nudrita di amare radici», Gabriele D’Annunzio: «All’ottima delle contrade / terrestri, Ospite, sei giunto / di bei cavalli feconda...». Nell’Èdipo a Colono il poeta non demorde dal suo pessimismo invincibile: esso tocca anzi qui le sue punte estreme nel canto della vita rifiutata. Un richiamo nostalgico si volge indietro, a un fugace punto di luce, palpito di leggere follie, illusa adolescenza; di contro, un elenco cupo di morbi: invidia, rivolte, liti, battaglie e sangue, e la vecchiezza ingrata, affollata dimora di mali e mali; onde il rintocco perentorio della sentenza di Sileno, vera epigrafe dell’anima sofoclea: «non essere: è questo il meglio; poi, se si giunga alla luce, tornare laggiù donde si venne, subito». Inoltre, il dio che suscita Èdipo non è meno arcano e arbitrario del dio che l’atterra.


Tuttavia la tragedia è anche un grande canto di pietas. Il reclinarsi del poeta sul proprio nulla dolente si colora d’un’adorazione devota del dio perché dio. La celebre preghiera di Èdipo alle Eumenidi è rispettosa e confidente, solenne e calda, semplice e austera. Un’aura di mistero e di religioso orrore percorre il dramma e trasale ad esempio nei vecchi del Coro: essi tremano persino di pronunziare i nomi divini, rasentano muti e senza sguardi i sacri recinti e solo il labbro della mente più si dischiude. Non stride, in questo clima, l’indugio su pratiche cultuali attentamente descritte: il valore del sacrificio è posto su un piano mai raggiunto dall’antica pietà; si giunge all’intuizione dell’unità dei fedeli, per cui l’atto d’un’anima sola è salvezza per altre, innumerevoli. Ma un annunzio più alto suggella l’esperienza di Èdipo: quando la sorte si volge e precipita, di là da una disperazione dei vinti, presi in un pelago, risuona e brilla «una parola sola», ricompensa d’infiniti affanni, consegna per la vita dei superstiti: è l’amore. Messaggio di Èdipo alle figlie, questo è anche il sublime messaggio del disperato poeta agli uomini affaticati, alle larve vaneggianti da un nulla a un nulla. Antigone, nella tragedia che da lei s’intitola, aveva dichiarato la sua natura: «io non divido l’odio ma l’amore». Il poeta, da cui forse non furono aliene, nell’età troppo lunga, le grandi collere dei suoi tardi protagonisti, l’uomo che forse poté sentire il triste privilegio d’amare chi non vuole amore, sembra ritrovare quella confessione della sua eroina lontana e affidarla al suo ultimo eroe a cui egli stesso somiglia.



Non è possibile immaginare l’emozione del pubblico ateniese quando gli ritornò, come di là dalla tomba, la voce del suo poeta amato. Erano tempi convulsi; due anni più tardi Socrate avrebbe bevuto in carcere la cicuta. Ma forse, all’udire le parole estreme di Èdipo a Tèseo e ai cittadini ateniesi «ricordatevi di me dopo la morte e siate fortunati sempre e felici», gli spettatori avranno intuito piangenti i valori autobiografici ovunque balenanti nella tragedia; così con amara malinconia avranno udito, poco oltre, il vangelo d’amore. Forse avranno insieme compreso che quello spettacolo postumo d’immensa bellezza era il testamento più alto di Sofocle, era la somma della sua anima d’uomo e della sua poesia.



Torna ai contenuti