Pagina 4 - Civiltà Greca

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Per quanto riguarda l’attraversamento del mare, invece, Graham chiama in causa gli tsunami successivi all’eruzione, che avrebbero fatto ritirare le acque costiere prima del passaggio degli Ebrei, per poi tornare sotto forma di onda anomala, travolgendo l’esercito egiziano al loro inseguimento.
Il "mare" attraversato non sarebbe, ovviamente, il Mar Rosso (come fino a ora sostenuto per via di un’errata traduzione dei testi antichi) ma un generico "Mare di Canne", uno specchio d’acqua sul Mediterraneo da molti identificato con i Laghi Amari o il Lago Sirbonico.
È interessante notare come vi siano descrizioni molto simili nella seconda fonte individuata, quella egiziana, consistente nel "Papiro di Ipuwer", anche detto "Lamentazioni di Ipuwer".
Il manoscritto, ritrovato nei dintorni delle Piramidi di Saqquara, è di difficile datazione (c’è chi sostiene che sia stato scritto addirittura durante il Nuovo Regno, ossia durante il XII secolo a.c.) ma per coloro che sostengono la teoria da noi esaminata, esso risale al periodo dell’eruzione del Thera, o comunque a tale epoca risalirebbe l’originale da cui è tratto.
In esso vi sono le lamentazioni dello scrittore per le condizioni in cui versa l’Egitto, tormentato da feroci calamità naturali e dall’anarchia, ma la cosa che desta più stupore è che molte delle disgrazie descritte sono similari alle piaghe bibliche precedentemente analizzate, soprattutto nel punto in cui si accenna alle acque del Nilo mutate in sangue. 
Per quanto riguarda la terza fonte, invece, si tratta dei cosiddetti Annali di Bambù, antiche cronache che narrano la storia della Cina dal periodo mitologico al III secolo a.c.
In particolare, nelle parti in cui si narra del crollo della dinastia Xia, viene descritto l’apparire di una misteriosa nebbia gialla, che avrebbe portato a un inverno precoce e all’inaridimento dei raccolti: anche se il periodo descritto è proprio quello dell’eruzione, sono in pochi a ritenere plausibile questa identificazione, mentre la gran parte degli studiosi se ne discosta.
Il mito di Atlantide(dal Crizia)
1) Anche nel Timeo si parla di Atlantide: Solone, andato in Egitto, venne a conoscenza da alcuni sacerdoti egizi di una antica battaglia avvenuta tra gli Atlantidei e gli antenati degli Ateniesi, che vide vincenti gli Ateniesi; secondo i sacerdoti Atlantide era una monarchia molto potente, con enormi mire espansionistiche; situata oltre le Colonne d'Ercole, politicamente controllava l'Africa fino all'Egitto e l'Europa fino all'Italia. Proprio nel periodo della guerra con gli Ateniesi un immenso cataclisma fece sprofondare l'isola sotto l'Oceano, distruggendo per sempre la civiltà di Atlantide.
2) Platone è l'unico a rappresentare una fonte storica scritta su questo misterioso continente scomparso.
3) Si suppone che Platone avesse appreso di Atlantide durante il suo viaggio in Egitto e grazie ai resoconti che ascoltò direttamente dai sacerdoti egizi
4) Il mito risultava già antichissimo ai tempi di Platone, infatti la distruzione del continente è fatta risalire a 9000 anni prima dell'epoca in cui viveva il filosofo.
5) La traduzione che qui riporto è per lo più letterale: riguardo soprattutto a lingue o antiche o con struttura linguistico-sintattica differente dalla nostra ritengo che siano le più valide anche se in un italiano che può apparire non corrente poichè la fedeltà al testo originale garantisce in primis la veridicità delle informazioni in esso contenute.
Prima di affrontare il dualismo Atlantide-degenerata contro Atene-virtuosa (soggetto di due dialoghi platonici), è bene ricordare che la narrazione fantastica di società ricche e perfette, è ricorrente nel mondo greco, e si tratta spesso di isole lontane, felici, in cui vige preferibilmente un sistema di tipo socialista e autarchico, con suddivisione dei compiti e possesso comune dei beni. 
 Teopompo di Chio (storico greco, nato il 378-377 a.C.) descrive due città socialmente opposte, Machìmos ed Eusebès, "degli uomini guerrieri" e "degli uomini pii", situate sul lontano continente di Meropia, anch'esse raffigurazione del dualismo oppositivo tra città virtuosa e città materialista. 


Diodoro Siculo (storico greco, circa 90-20 a.C.), nella sua opera Biblioteca storica, riassume il racconto dell'isola Panchea, narrata da Evemero di Messene (erudito greco, secc. IV-III a.C.); l'isola è situata nei pressi dell'Arabia felice ed è sede della ricca città di Panara, in cui sacerdoti, agricoltori e soldati sono divisi in caste. Sempre nella Biblioteca storica troviamo il ricordo dell'isola descritta dal poco noto Iambulo (forse III sec. a.C), visitata durante un viaggio immaginario tra l'Etiopia e l'India, dove esiste una società perfetta, anche qui divisa in caste, immersa in una natura generosa, le cui ricchezze sono comuni. Diodoro narra anche le vicende di Lipari nelle Eolie, dove i coloni Cnidii e Rodii, attaccati dagli Etruschi nel VI sec. a.C., si dividono in due gruppi, di cui uno coltiva le ricche terre divenute comuni, e l'altro combatte con successo i pirati, individuando così nella realtà storica motivi utopistici.
Antonio Diogene (circa I sec. d.C.) è autore d'un romanzo d'avventura, Le meraviglie di là da Tule, i cui personaggi compiono viaggi in giro per il mondo, in tutti i mari interni ed esterni.
Ispirandosi forse a Diogene ed ad altri scritti fantastici di viaggi nell'Oceano,Luciano di Samosata (scrittore greco, nato circa nel 120 d.C.) nel suo Storia vera, narra incredibili navigazioni. Oltre alle isole sacre, inaccessibili ai mortali, quali l'isola dei Beati e l'isola dei Sogni, egli descrive anche strani abitanti all'interno di una balena; e fa persino un viaggio immaginario sulla Luna, accorgendosi quanto appaiano piccole, da lassù, le miserie umane della sua Grecia.
Com'è naturale, le società utopiche vengono sempre poste provvidenzialmente nei luoghi meno noti, situati ai confini del mondo e cioè anche della realtà, in cui le condizioni ambientali sono abbastanza ricche e i governanti abbastanza saggi e colti da costruire una comunità felice e stabile. Seppure il termine utopia sia composto dalle parole greche ὀυ τόπος (nessun luogo), ha origine relativamente moderna, risalendo al saggio De Optimo reipublicae statu deque nova insula Utopia (1516), di Tommaso Moro (Thomas More, umanista e politico inglese, 1478-1535), dove il suo stato di tipo comunistico, tollerante verso la libertà religiosa, così perfetto da non potersi realizzare nella realtà, è una risposta alle contraddizioni del suo tempo e alle prime notizie che venivano dal Nuovo Mondo.

                                       

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