Teseo - Civiltà Greca

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Mitologia
Plutarco: Vita di Teseo

Nella prima sequenza, che si estende fino al capitolo XIV, viene riassunta l’infanzia di Teseo, dalla nascita a Trezene sino all’arrivo ad Atene. Plutarco insiste qui sull’origine trezenia dell’eroe, riducendo di importanza la eventuale discendenza da Poseidone. Scrive a tal proposito che, per parte di padre, Teseo discendeva da Eretteo, eroe ateniese figlio di Efesto e di Gea (Il. II 546-548), e dai primi autoctoni mentre, per parte di madre, da Pelope, mitico re della Frigia figlio di Tantalo. Riporta poi due possibili etimologie per il termine Teseo: thesis, per via del deposito dei segni di riconoscimento, o themenou, per il riconoscimento da parte di Egeo. Stando al biografo, Teseo venne allevato in casa da Pitteo ed educato da un pedagogo di nome Konnidas, “al quale ancora oggi gli Ateniesi nel giorno che precede le feste in onore di Teseo sacrificano un ariete” (Thes. IV 1).
Fino all’adolescenza la madre Etra tenne nascosta la reale identità di Teseo: da Pitteo infatti era stata diffusa la voce che fosse figlio di Poseidone, il protettore di Trezene. Tuttavia, quando Teseo raggiunse l’età dell’adolescenza, mostrando forza fisica, coraggio, carattere fermo, intelligenza e saggezza, Etra gli svelò la sua origine, invitandolo a prendere gli oggetti paterni e a dirigersi ad Atene.

Nonostante le esortazioni del nonno e della madre a scegliere il mare, Teseo, spinto dal desiderio di emulare Eracle, scelse di procedere via terra. Scrive a tal proposito Plutarco: “Teseo riteneva disdicevole e non dignitoso che Eracle liberasse dai pericoli ogni luogo per terra e per mare, mentre lui evitava anche le fatiche che gli si presentavano davanti; viaggiando come esule per mare, avrebbe offeso colui che i discorsi correnti indicavano come suo padre; gli avrebbe portato come riconoscimento i calzari e la spada non macchiata di sangue, non rivelandosi subito con azioni valorose come segni tangibili della nobile origine” (Thes. VII 2).
Segue dunque la narrazione delle sei imprese sostenute da Teseo, nel solco del modello eracleo. Dapprima a Epidauro dovette uccidere Perifete, figlio di Efesto e di Anticlea, definito il “clavato” perché si serviva di una clava per bloccare i viandanti. Sull’Istmo uccise Sinide, figlio di Poseidone, il “piegatore di pini”, dal modo con cui era solito uccidere gli uomini. Tra Corinto e Megara, nel piccolo villaggio di Crommione, uccise la scrofa Phaia, “animale comune ma combattivo e difficile da sottomettere” (Thes. IX 1). Giunto a Megara, uccise Sirone, figlio di Poseidone o di Pelope, gettandolo dalle rocce.
A Eleusi uccise nella lotta Cercione di Arcadia e in seguito anche Damaste detto Procuste.

Plutarco narra che Teseo giunse ad Atene nell’ottavo giorno del mese di Cronio, chiamato successivamente Ecatombeone. Sin da subito gli si presentò una situazione complessa: sia gli affari politici della polis sia gli affari privati di Egeo e della sua famiglia versavano in difficoltà. Scrive infatti: “Medea, esule da Corinto, viveva con lui e aveva promesso di curare la sterilità di Egeo con pozioni.
Alle sei fatiche affrontate nel corso del viaggio dal Peloponneso ad Atene, è da aggiungere infine l’impresa sostenuta contro il toro di Maratona, che minacciava gli abitanti della Tetrapoli, ovvero le città di Maratona, Tricorito, Oinoe e Probalinto. Dopo averlo catturato, Teseo lo condusse ancora vivo per la città, quindi lo sacrificò ad Apollo Delfinio.
La seconda sezione, che procede sino al capitolo XXIII, ripercorre le vicende relative all’arrivo di Teseo a Creta.
Giunto a Creta, grazie al filo ricevuto da Arianna, che si era invaghita di lui, Teseo riuscì a uccidere il Minotauro. Durante il viaggio di ritorno l’eroe fece sosta a Delo, dove compì sacrifici in onore del dio e pose la statua di Afrodite ricevuta da Arianna. Infine celebrò la danza della gru “a imitazione dei meandri del Labirinto e dei movimenti di uscita compiuti secondo un ritmo alternato”
Minosse decide di allontanare quel disonore da casa e

di rinchiuderlo nei ciechi recessi di un edificio insondabile.

Dedalo, famosissimo per il suo talento di costruttore,

esegue l'opera, rendendo incerti i punti di riferimento

e ingannando l'occhio con la tortuosità dei diversi passaggi.

Come nelle campagne di Frigia il Meandro si diverte a scorrere,

fluendo e rifluendo col suo imprevedibile corso,

e aggirando sé stesso scorge l'acqua che ancora deve raggiungerlo,

o, rivolto qui verso la sorgente, più in là verso il mare aperto,

tormenta indeciso il suo flusso; così Dedalo dissemina

d'inganni quel labirinto di strade, al punto che persino lui,

tanto è l'intrico di quella dimora, stenta a trovarne l'uscita.

Qui fu rinchiuso il mostro mezzo uomo e mezzo toro,

che dopo essersi nutrito due volte di giovani ateniesi,

scelti ogni nove anni a sorte, la terza fu ucciso da Teseo

con l'aiuto della figlia di Minosse: riavvolgendo il suo filo,

lui guadagnò l'uscita che nessuno prima aveva ritrovato;

poi rapì la fanciulla e fece vela alla volta di Dia,

dove senza pietà abbandonò la sua compagna

lungo la spiaggia. In quella desolazione a lei che piangeva

venne in aiuto Libero col suo abbraccio e, per immortalarla

in una costellazione, le tolse dalla fronte il suo diadema

e lo scagliò nel cielo. Vola quello leggero nell'aria

e mentre vola, le gemme si mutano in fulgidi fuochi,

che mantenendo l'aspetto di un diadema, vanno a fermarsi

a mezza strada tra l'Uomo in ginocchio e il Portatore di serpente.

(Ovidio, Metamorfosi, VIII, 155 - 182)
                 

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