Pindaro 3 - Civiltà Greca

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Periodo arcaico > Pindaro > Introduzione
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La storiografia moderna nega fede sia all’alleanza preventiva con Cartagine che alle trattative per un soccorso da parte di Gelone di Siracusa, il più potente ‘tiranno’ di tutta l’Ellade; parrebbe impossibile che Gelone promettesse in buona fede 20.000 opliti mentre l’isola era minacciata dalla tradizionale nemica. Ma forse le due notizie si confermano reciprocamente: la grandiosità e l’ambizione un po’ ‘coloniale’ di Gelone erano altrettanto vere della repentinità delle alluvioni cartaginesi. Anche questa ebbe il carattere dell’imprevisto. In tal caso l’orgoglio di Sparta e Atene, che nonostante il pericolo rifiutarono l’aiuto di Gelone perché condizionato da una proporzionata partecipazione al comando generale, fu la salvezza proprio della Sicilia e perciò il trionfo completo dell’Ellade.
Nulla sappiamo meglio sulla spedizione di Serse che lo spirito con cui mosse il processionale esercito asiatico, gigantesca pantomima liturgica che raffigurava la marcia stessa di Zeus, presente e non visibile sul suo carro che precedeva quello del Re dei re; la presenza e il nome stesso di Serse erano sostitutivi di quelli del Dio supremo.9 La flotta navigava di conserva all’esercito. L’uno e l’altra rappresentavano tutti i popoli, compresi i greci dei tre principali dialetti. Dalla solita imposizione di vassallaggio discrezionale — «dare la terra e l’acqua» — furono escluse Sparta e Atene, contro cui puntava la spedizione. Per tutti gli altri popoli la scelta fu penosa e non omogenea, in particolare tra i tessali dove Torace e gli Alèuadi erano fìlomedi accaniti, e in Beozia. All’assemblea di Corinto, Sparta, Atene, Platea e molte città soprattutto peloponnesiache giurarono la resistenza a oltranza e imposero ad Egina la pace con Atene e ne ottennero la preziosa alleanza. Nasceva, mal definibile anche per noi, un concetto nuovo. Per tutti, Atene dimostrò una larghezza di vedute che non significava meno del suo valore militare. Fallita la difesa nella valle di Tempe, la seconda strozzatura, le Termopili, sarebbero state una difesa indispensabile ma non definitiva. Alle spalle si sarebbe fortificato l’Istmo, tagliando fuori Atene. La Pizia, con materna avvedutezza e misteriosa durezza verso i delegati ateniesi, ingiunse a questi di difendersi dietro «mura di legno». Con uguale intelligenza Temistocle interpretò giusto, trasferirsi sui mare. Quando Temistocle lo disse nell’assemblea sgomenta, si vide Cimone levarsi e appendere vistosamente il morso del suo cavallo al tempio di Pallade. Un gesto che forse spiega la ragione per cui a Posidone si sacrificavano cavalli, da tempo immemorabile, da quando i migratori si trovarono di fronte il mare. La popolazione civile fu trasferita quasi

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tutta a Salamina e un intero popolo si affidò alle navi. Delfi sancì il nuovo culto dei Venti; poco dopo un’eccezionale tempesta ristabilì a danno dei persiani una relativa parità di forze navali.
La resistenza alle Termopili e il sacrificio di Leonida simboleggiarono la qualità del valore spartano, Yalké, la resistenza, come Salamina dimostrò quella di Atene, la vera vincitrice della battaglia e della guerra. Merito non poco contestato. E Pindaro da Egina, dove eseguiva la quinta istmica in onore di un campione della famiglia amatissima degli Psalichidi, lo rivendicava intero alle poche navi della sacra isola dorica:
"ma ora, in Ares, ora è testimone una terra d’Aiace, Salamina, che marinai d’Egina hanno salvata nella morte di uomini infiniti mentre il cielo di Zeus pioveva sangue".
Ma subito, con uno dei suoi tratti di alta eloquenza, s’interrompe:
 "No, spegni il vanto nel silenzio. Zeus comparte bene e male,
Zeus di tutto signore..."
E il futuro era davvero sulle ginocchia di Zeus: la guerra non solo non era finita, ma il  destino di Tebe restava particolarmente e tragicamente incerto. L’oligarchia beote non aveva nulla a che fare con i ‘tiranni’ che si appoggiavano ai persiani contro le rivendicazioni popolari, e un « popolo» beote e patriota, vittima dell’oligarchia, dev’essere un anacronismo di Tucidide (III, 62, 4). C’era semplicemente divisione e smarrimento. La vecchia Beozia non aveva ‘accettato’ la guerra, cioè la realtà, e il sentimento dominante doveva essere stato proprio quello manifestato da Pindaro nei versi citati da Polibio. Alle Termopili molti tebani si erano battuti più come ostaggi che come alleati dei greci. Le città erano state salvate in extremis dalla rappresaglia persiana per intercessione e testimonianza dei macèdoni. Ora la Beozia aveva scelto duramente la fedeltà alla causa dell’invasore, e Tebe era divenuta il quartier generale di Mardonio che ora conduceva le operazioni. Serse, dopo Salamina, logicamente, era tornato; la cerimonia della presa di possesso, con l’alleanza di tutti gli Dei dei luoghi, si era trasformata in una guerra.
Nell’anno seguente, a Platea, avvenne lo scontro decisivo, con la piena vittoria degli alleati sotto il comando di Pausania, re di Sparta. I beoti, che avevano di fronte proprio gli ateniesi, si batterono con tetro valore. Pausania assediò Tebe e impose la consegna

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dei responsabili dell’alleanza con Serse. Dolorosa scelta che si risolse con la loro consegna volontaria, favorita da qualche lusinga. Ma Pausania li fece uccidere tutti. La Beozia, distrutta e disonorata, era stata la maggiore vittima della guerra. Nessuno poteva capirlo più di Pindaro, ospite a Egina, insieme vicino e più staccato dagli avvenimenti. Pare che avesse anche lui i suoi morti, come quei «quattro valorosi» cui accenna nella quarta istmica, e compiangerà il comandante Asopodoro caduto per la causa sbagliata. Nella ottava istmica, scritta appunto ora a Egina e per un egineta, si solleva con immensa pena e volontà al mondo luminoso del mito e alla speranza: «Anche a me, / sebbene la mia anima sia triste, / domandano per lui la Musa d’oro... ».
Si augurava che le due patrie, la vincitrice e la vinta, in una guerra ugualmente imposta e subita, si ricordassero di essere figlie dello stesso padre, come era avvenuto al tempo della sua infanzia. E credeva ancora, come prima, nella Hesychia, la Pace, l’Ordine. Vedeva quella che diremmo — non c’è l’espressione nelle lingue moderne — una Provvidenza dell’evento, nella liberazione dal «macigno di Tantalo» dell’annessione persiana. Ma quando più tardi nel nome di questa «libertà» — non quella della democrazia — farà l’elogio di Atene, pare  che i compatrioti se ne sdegnassero e lo multassero. Gli Ateniesi invece lo compensarono col doppio dell’ammenda, con la prossenìa, una statua e soprattutto una oggettiva ammirazione. Era nello stile delle due Città.
Nel 476 Pindaro andò a visitare la patria di Trasibulo, la sfarzosa Sicilia.
È pensabile che viaggiasse con Agesìdamo, olimpionica di quell’anno e dedicatario della undicesima olimpica e della futura decima, già solennemente promessa, entrambe piene di letizia; e che si fermasse ospite suo a Locri Epizefirii, dove scoprì il poeta Senocrate e il suo misterioso ritmo «locrese», una vera rivelazione per Pindaro, anzi una «provocazione» che lo lasciò felice e febbrile, simile (forse navigava) «al delfino nel mare, mosso da un dolce suono di flauto», pensabile infine che la prima tappa siciliana fosse la reggia-fortezza di Ierone a Siracusa.
La vittoria di Gelone sui cartaginesi — nello stesso giorno di Salamina, dice Erodoto — aveva aperto il periodo più splendido forse di tutta la storia della Sicilia. Non solo l’incubo fenicio pareva dissipato per sempre — e in effetti per settanf anni non si fece più sentire — ma pareva realizzato un miracolo anche maggiore, l’unificazione dell’isola, sotto il duplice scettro degli Emmènidi di Agrigento e

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dei Dinomènidi di Siracusa, legati da studiati vincoli di matrimoni e uniti dal prestigio di Gelone. Il passato tempestoso — lotte spietate di classe, tirannie atroci, trapianti di intere popolazioni, costruzioni e distruzioni titaniche, uniche forse nella storia dell’antichità — pareva più remoto del mito. Gelone, eroico e democratico, saggio anche nella vittoria, riconosciuto «re» dal popolo siracusano per riconoscenza e ammirazione, aveva chiuso i tempi di Falaride e iniziato quelli di Creso. «L’abbondanza regnava ovunque», scrive Diodoro. Decine di migliaia di schiavi cartaginesi, prigionieri di guerra, lavoravano alla costruzione dei superbi templi di Agrigento e Siracusa, volti al sole nascente. Chi conosce la Sicilia ricorda i simbolici rocchi di colonne rimasti per sempre sbozzati nelle cave di Cusa. Agrigento, «la più bella delle città dei mortali», sul suo gigantesco tamburo dorato, e Siracusa, con i suoi chilometri di mura confluenti nel castello di Eurialo («la Borchia»), sono le sole città antiche che umilino anche per estensione le loro discendenti moderne. Quando Gelone morì, circa un anno prima della venuta di Pindaro, «tutta la folla dei cittadini — racconta Diodoro — l’accompagnò alla sepoltura e il popolo poi gli innalzò qui un monumento magnifico e in seguito gli decretò gli onori dovuti agli Eroi»: una vera beatificazione. Per  sua precisa volontà, gli era succeduto il fratello Terone e un altro fratello, Polizalo, aveva sposato la vedova, Damarete, figlia di Terone re di Agrigento.
L’ammirazione di Pindaro era legittima, e anche una certa soggezione che traspare dalla prima olimpica, sebbene fosse accolto, possiamo credere, come meritava un poeta famoso che aveva già celebrato il re morto e onorato con due odi la città e la famiglia della regina (P. XII e VI). Si sentì simile a Demodoco nella reggia dei Feaci « molto cari agli Dei », quando «staccò dal chiodo la cetra» (w. 21- 22). Sapeva che lo ascoltavano «spiriti sapienti». Forse anche Simonide? Bacchilide mandava da lontano il suo quinto epinicio. Eschilo, certo presente alla prossima rappresentazione delle sue Etnee, era almeno atteso. Lì nell’«Isola», a Ortigia, dove la fonte Aretusa sgorgava dalle acque sacre dell’Alfeo di Olimpia, la più celebre delle odi pindariche legava Ierone a Pelope, il grande regno dell’occidente alle più remote tradizioni dell’Ellade cavalleresca. L’effetto sarà stato magnifico; e solenne anche fu l’ode di un grado minore per il condottiero Cromio, cognato del re, la prima nemea, evocatrice di Eracle infante. Ma poi la confidenza e l’amicizia nasceranno; due frammenti di un iporchema mostrano un Pindaro che sollecita dal re con


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