Edipo re: Testo 2 - Civiltà Greca

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TIRESIA: Io vado, sì, ma prima ti dirò ciò per cui venni qua, senza paura della tua faccia: non hai certo modo di rovinarmi. Ed ecco cosa dico: l’uomo che tu ricerchi, minacciando ed emanando editti sulla morte di Laio, è qui: straniero qui stanziato, a parole, di fatto apparirà indigeno, tebano, e non avrà di che gioire della circostanza. Ché da veggente cieco, e miserabile da ricco, se n’andrà ramingo all’estero, dinanzi a sé tentando col bastone il suolo. E apparirà, di quei figlioli con cui vive, fratello e padre a un tempo, e così, della donna da cui nacque, figlio e marito, e infine, di suo padre, il compagno di letto e l’omicida. Ora va’ in casa e pensaci. Se trovi che ho detto il falso, allora sì, puoi dire che io, con l’arte, non capisco nulla. [Esce, guidato dal Ragazzo, mentre Èdipo si ritira.]
II° Stasimo
CORO: Chi mai compì, con le sanguigne mani, colpe infami tra le infami, come la rupe profetante profetante disse?È tempo che via di qui si volga, più svelto di cavalle di vento. Armato di fuoco e di folgori va su di lui con un balzo la prole di Zeus, e un’orda di Parche, che non fallano, segue. Brillò lassù, dalle nevose vette del Parnaso, una voce: cerchi ciascuno l’omicida ignoto. Tra macchie selvatiche, per rupi e caverne va, al pari d’un toro, con vedovo misero piede, da sé stornando gli oracoli delfici; ma d’intorno la voce vola vivida sempre. Orrido fu quanto svelò l’àugure che tante ne sa. Credere a lui? Dire di no? Cosa dovrò dire non so. Io mi libro fra speranze e non vedo l’ora e il poi. Io non seppi – e non lo so –l’astio tenace, nei Labdàcidi e nel figlio ch’ebbe Pòlibo, qual era, sulla base del quale contrastare la nomea che per Èdipo vige fra la gente, vendicando il morto re d’una morte di cui nulla si sa. Saggio però sempre fu Zeus, Febo lo fu – sanno gli dèi ogni realtà. Se più di me valga colui che profetò, il giudizio non è certo, pur se vince, ciò che sa l’uno, quello ch’altri sa. Ma dirlo di certo, se non vedo che verace è la critica, non posso. Ché la vergine alata mosse un giorno contro lui, e saggio fu visto e gradito fu per prova alla città. Accusato da me mai non sarà.






CREONTE: Sconfessare un amico onesto è come respingere la cosa che si ama di più, la propria vita. Ma col tempo capirai bene tutto questo: il tempo è l’unico a svelare l’uomo giusto; il malvagio, in un giorno lo distingui.
GIOCASTA: Bene, assolvi te stesso dall’accusa e, ascoltandomi, intendi che fra gli uomini non c’è nessun possesso d’arte mantica. Di questo in breve ti darò le prove. Giunse a Laio un oracolo, non dico proprio da Febo, ma dai suoi ministri, ch’era per lui destino di morire per mano di quel figlio che nascesse dal connubio di me con lui. Ma Laio – tale almeno la voce – fu ammazzato da predoni stranieri al crocevia delle tre strade. Quanto al figlio, poi, tre giorni da che nacque non passarono, che gli legò le giunture dei piedi e lo gettò, per mano d’altri, via, sulla montagna impervia. Dunque Apollo non realizzò l’oracolo facendone l’omicida del padre né facendo che Laio avesse dal figlio la sorte tremenda che temeva. Ecco le cose che i responsi profetici fissavano! Non curartene affatto: quando Dio, scrutando, trova la necessità di qualche cosa, sarà lui, da solo, che agevolmente la rivelerà.
III° Stasimo
CORO: Toccasse a me di serbare purità. Toccasse a me di serbare purità devota, sia nel dire sia nel fare cose, le cui leggi in alto vigono, ché nacquero là nell’etere vasto, e padre n’è l’Olimpo, non ebbero vita mai da stirpe mortale, né in un sopore nubi d’oblio le spegneranno mai: hanno dentro un dio che vecchiaia mai non ha. Violenza dà germi di tirannide, Violenza dà germi di tirannide, e se conosce sazietà di quanto non è giusto né conviene, sale, ma poi da sommità precipita giù nel baratro del fato, né piede le serve più di scampo. L’impegno che un bene porta per la città
mai non dissolva Dio: ché per sempre Dio protettore mio sarà. Se taluno superbo va di sue parole e d’opere né teme Giustizia, e sedi degli dèi non venera, lo colga sinistro fato per lo sfoggio squallido, se il lucro con giustizia non lo lucra, se non si vieta l’empietà, se, folle, ciò che non si tocca afferra. Dal male chi più s’asterrà e dall’anima strali d’ira stornerà? Se tale prassi si ritiene nobile, a che le mie danze? Né all’intatto ombelico andrò del mondo, in atto di pietà, né a Olimpia, né al tempio d’Abe, se da tutti gli uomini concordi segnata a dito questa prassi non sarà. Possente Zeus, se vero è che tu domini su tutto, a te non sfugga più, né sfugga al tuo perenne, eterno regno! S’estenuano già quei divini oracoli dati a Laio, cessano, e Febo in nessun luogo ormai s’onora più, gli dèi se ne vanno.









GIOCASTA: Ah, sventurato! È l’unica parola che posso dirti. Poi non parlo più. [Esce sconvolta.] CORIFEO: Perché la donna è andata via sconvolta da un dolore selvaggio? Èdipo, temo che da questo silenzio i mali esplodano. ÈDIPO: Esploda ciò che deve. La mia stirpe, per oscura che sia, voglio vederla! Lei, come donna, è altera e si vergogna, forse, dei miei natali troppo oscuri. Io mi giudico figlio della Sorte felice, e infamia non me ne verrà. È lei mia madre; i miei congiunti, i mesi, mi vollero sia piccolo sia grande. Se la nascita è questa, non sarò un altro mai: non c’è dunque ragione ch’io non indaghi a fondo la mia stirpe. [Si ritira in disparte.]
IV° Stasimo
CORO: Vero non è che profeta sono, e so d’intùito? Nel plenilunio, domani, Citerone, tu inesperto non sarai – per l’Olimpo – d’esaltazioni: dirò che d’Èdipo conterraneo e balia e madre sei, di danze t’orneremo: dolce la gioia che rechi tu pei miei sovrani. Gran dio che soccorri, Febo, questo piaccia a te. Figlio, di te chi fu madre fra le Ninfe eterne? A Pan, che pei monti s’aggira, si congiunse? O compagna a Febo fu? Care sono tutte le piane prative proprio a lui. O chi regna su Cillene o Dioniso, che su vette abita, in dono ti prese da una Ninfa, forse, del monte Elicona, con cui i suoi giochi fa.




ÈDIPO: Ah, tutto torna, tutto chiaro, ahimè. Luce, è l’ultima volta che ti vedo. Io da chi non dovevo nacqui, e vivo con chi non era lecito, ho ammazzato chi non dovevo – e tutto s’è svelato. [Esce.]
CORO: Ah, stirpi degli uomini, come, mentre vivete, voi stimo pari allo zero! Chi mai di felicità coglie più d’un’immagine? Essa illude per poco, ma l’illusione declina. Ho dinanzi l’esempio tuo, il tuo dèmone, sì, la tua sorte, e nulla, degli uomini, io stimo felice. Con arte suprema tu i tuoi strali vibrasti, e fu tua la vita felice. Stremasti la vergine d’unghie curve, profetica – torre a questo paese tu, baluardo da morte. Onde il nome di re, di mio re, gli onori supremi a te: fosti re d’una gran città, signore di Tebe. Che nome ormai più infelice v’è del tuo? Chi vive, come te, con fieri guai, con alterata sorte? Chi? Ahimè! Capo illustre d’Èdipo! Uno il porto che come talamo figlio e padre usò, e bastò per lui, per te. Ma come mai poterono solchi paterni reggere taciti te, sino a questo punto? Il tempo che tutto vede ti scoprì: condanna queste nozze non-nozze, in cui il generato genera. Ahimè, tu di Laio il figlio sei. Oh se mai, se mai visto avessi te! Ti compiango più di chiunque e gemiti grido. Però va detto che, se rifiatai, lo devo a te, se si chetò l’occhio mio nel sonno.





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