Pindaro 4 - Civiltà Greca

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Periodo arcaico > Pindaro > Introduzione
“…Io non cerco che dissonanze Alfeo,

Io non cerco che dissonanze Alfeo,
qualcosa di più¹ della perfezione.
Non un luogo dell'infanzia cerco,
e seguendo sottomare il fiume,
già  prima della foce di Aretusa,
annodare la corsa spezzata dell'arrivo.
Salvatore Quasimodo, Seguendo l'Alfeo
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molta grazia il dono di uno dei carri siciliani, unici al mondo. Poi, per molti anni, la distanza dello spazio e del potere faranno quell’amicizia sempre più delicata e grave.
Ma ad Agrigento il poeta non fu più simile a Demodoco; qui si trovò tra amici e correligionari. Le Teossenie della terza olimpica erano un rito quasi di casa, e vi si celebravano i Dioscuri ed Elena, cioè la fraternità della giovinezza eroica e l’eterna bellezza; culto dorico che Pindaro fu commosso di riscoprire. La seconda olimpica contiene tutti i trionfi, quello dell’amicizia consolatrice, del sangue e del «mistero» comune, la sorte delle anime e la sorte di Terone. La critica tende più o meno a sentirci il neofita (e niente può essere più stonato d’un neofita) che molto avrebbe imparato nell’isola di Persefone e nella patria di Empedocle. Ma Pindaro veniva da Delfi, non meno di Eleusi e con più universale autorità madre dei ‘misteri’. L’eccezionalità del discorso non deve ingannarci. L’antico, e meno che mai del tempo di Pindaro, non nominava l’anima invano; e ancora in piena età imperiale neppure sospetteremmo nel sereno Plutarco tanta violenza mistica e un concetto dell’oltretomba così puntiglioso e addirittura medioevale se non ci fosse pervenuto il suo De sera. Quella eccezionalità ci dà invece la misura della spiritualità e della reciproca fede
dell’ospitalità emmenide. Né fu la sola fraternità di spirito. La seconda istmica ci rivela a gran distanza e in certo senso per caso che Senocrate, il padre di Trasibulo, tranquillamente ignorato dalle fonti, incarnò quello che diremmo l’ideale cavalleresco di Pindaro, l’uomo «dal dolce fuoco» — glykéia orghé — che ispirava «gli affanni e gli agi» e la valorosa eleganza della vita cortese. Non mancava neppure il legame dei rifiuti e delle inimicizie comuni, quei «corvi» che «stridono contro la sacra aquila di Zeus», e in cui gli scoliasti videro — ma tacendo prove e riferimenti che sarebbero stati in grado di conoscere — e molti moderni vedono ancora, i rivali Simonide e Bacchilide. Proprio per quella alta ‘cortesia’ ci domandiamo se era verosimile, in quell’atmosfera sacrale e regale, una polemica così personalistica a danno di due poeti autorevoli e molto bene accolti nelle due corti. La rivalità c’era, ma bisogna vedere quale tono poteva avere; una polemica letteraria in un’età senza ‘letteratura’ non è meno anacronistica che importuna. Si pensa a un altro duale (l’uso del duale — O. II 158 — è l’argomento principe), al dantesco « giusti son due» del canto di Ciacco, così poco chiaro — e lì si poteva essere più espliciti — che neppure gli immediati lettori e posteri seppero fare nomi plausibili. L’apparente invettiva deve

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conservare la nobile genericità o veridicità della gnome innica. Qui si parla dei falsi «sapienti», falsi perché non hanno la sapienza nativa, evidentemente mistica, 
posseduta dal re e dal cantore e altri presenti e assenti. Poteva esserci posto anche per il profano Simonide e il facile Bacchilide. Il quale, del resto, imitando 
palesemente Pindaro nel suo terzo epinicio, ha tutta l’aria di rispondere (magari proclamandosi, a scanso di equivoci, «usignolo di Ceo») con ugualmente alta «cortesia».
Non sappiamo quanto durasse il soggiorno siciliano, cioè quando e come altre gare e vittorie lontane abbiano richiamato il poeta. Non sappiamo particolarmente se nel 474 
fosse a Delfi, per la vittoria del dedicatario della nona pitica, o anche a Tebe, dove è stato accusato di dimenticarsi — proprio lui — non solo della Città, ma delle sue memorie; 
o se era ancora in Sicilia nell’anno dei due massimi trionfi del proprio ideale e di Ierone, la vittoria sugli Etruschi a Cuma e la fondazione di Etna. Quella ripeteva Salamina, 
assicurando i confini dell’Ellade, questa simboleggiava — in certo senso tutti i trionfi erano simbolici agli occhi di Pindaro — l’affermazione o la restaurazione del mondo dorico. 
Per altri era la cacciata dei vecchi cittadini ionici di Catania e la loro sostituzione con diecimila veterani ed emigrati di origine dorica, ma per Pindaro era la
continuazione della marcia dell’antico Egimio e della sua «buona legge», una di quelle che non si scrivono e non si insegnano, esse pure «innate»; e per noi non meno mute 
e remote delle lapidi anonime e dei minuti dókana della pingue Laconia.
Ma anche Pindaro, come Platone tanti anni dopo e in tutt’altro modo, doveva restare deluso nel sogno d’una «eunomìa», o «buona legislazione», siciliana. Il contrario di essa, l’«isonomìa», o «la legge uguale per tutti», trionfò rapidamente nell’isola. Nel 472 morì il buon Terone e gli successe il disastroso Trasideo che mosse guerra a Ierone, fu battuto, deposto e condannato a morte. Agrigento rivendicò la sua libertà, anche se non senza la protezione del re siracusano. Non sappiamo la sorte degli altri due Emmenidi di nostra conoscenza, Senocrate e Trasibulo. Pindaro celebrò la prestigiosa vittoria di Ierone del 470 mandandogli l’attuale prima pitica, una delle sue odi più solenni e gravi, in cui paragona il re a Filottete, gli indica l’esempio di Creso e gli ricorda l’avvenire, cioè il figlio e la città dorica di cui questi era signore. Più tardi (si direbbe) gli inviò la seconda pitica, una delle più misteriose, il cui centro non è certo una vittoria agonale; forse è la comune tristezza, il solidale orgoglio di credere sempre e soltanto al proprio valore. Il paradigma non è più Creso ma


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