Introduzione 2 - Civiltà Greca

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Periodo classico > Sofocle > Antigone
A sua volta, «L’Olimpo eschileo», scrive U. Albini in Nel nome di Dioniso (1991), «si presenta come una struttura ordinata, che può addirittura far pensare a una sorta di monoteismo: Zeus è al vertice di questo cosmo compatto e coerente: sommo amministratore di giustizia, egli non compie mai atti gratuiti o non comprensibili alla ragione dell’uomo. Il suo intervento punitivo si spiega col fatto che ricostituisce un’armonia là dove i mortali l’hanno violata».
Eschilo «vede mondo e vita, natura e destino umano, come un cosmo, in cui si attuano eterne, inviolabili leggi. Il rifugio terrestre di queste leggi è lo Stato, che deve vedere la sua missione nel diventare organo della giustizia divina e nell’educare i suoi concittadini»
Per Eschilo, dunque, le azioni e le decisioni dell’uomo nella πόλις. si misurano sui θεσμοὶ δίκας, sui decreti divini della Giustizia, figlia di Zeus. L’idea, rinvenibile pressoché in tutti i suoi drammi a noi pervenuti, è centrale nelle Supplici, versi 600 - 624, e versi 667 - 709 così come nelle Eumenidi.


"La legge, sovrana d'ogni cosa,
di mortali e immortali,
guida la violenza estrema
giustificandola con mano eccelsa"
Qui interessa il concetto di "legge": Pindaro parla di una legge superiore perfino agli dei, che dall'alto giustifica anche ciò che a noi appare violento e ingiusto.
Nell'omonima tragedia di Euripide, Ecuba si appella a una legge al quale anche gli dei sono sottomessi: l'infelice regina, resa schiava dopo la caduta di Troia, supplica il vincitore
Agamennone affinché faccia valere il suo diritto contro il principe trace Polimnestore, colpevole di averle assassinato il figlio per avidità:
"Noi siamo forse solo schiavi e impotenti,
ma potenti sono gli dei e l'ordine
che li governa; così in virtù dell'ordine
crediamo negli dei e viviamo distinguendo
il giusto dall'ingiusto."
I Sofisti distinguevano la morale comune, considerata una creazione umana, da un ordine fondato sulla natura: ciò significava che chi agiva secondo la legge della natura, ovvero il più forte, era sempre nel giusto.
In un passo delle Troiane di Euripide, la "necessità della natura" viene equiparata alla divina onnipotenza. E' di nuovo Ecuba, i cui pensieri si innalzano alle sommità del governo divino dell'universo, a trionfare ora su Elena, colpevole di tutti i mali, che dovrà sottostare alla meritata vendetta:
"O sostegno della terra, tu che siedi
sopra la terra, chiunque tu sia, enigma insolubile,
Zeus o necessità di natura o intelligenza di uomini,
a te la mia preghiera: perché muovendo per silenti sentieri
tutte le cose mortali secondo giustizia conduci."

Ciò non significa che per l'uomo illuminato Zeus non sia altro che la necessaria legge di natura, ma al contrario che la necessità della natura non è altro che il divino al suo massimo grado, cioè Zeus.
C'è voluto molto tempo prima che nella vita giuridica greca si raggiungesse l'accordo per istituire degli ordinamenti scritti. La legge risale a una persona legislatrice, a un'autorità dotata del potere di punire. Una tale autorità era ad esempio il Dio onnipotente dell'Antico Testamento.
Presso altri popoli la legislazione era opera di potenti sovrani. In Grecia essa era in un primo momento in mano a uomini molto rispettati, ma le leggi dipendevano sempre dal tempo e dall'arbitrio, al contrario degli antichi ordinamenti, che i Greci consideravano eterni.
Così l'Antigone sofoclea crede di dover opporre alla legge dello stato che la minaccia di morte gli "ordinamenti divini non scritti e incrollabili".
"che non da oggi né da ieri, ma da sempre
sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce".
Sotto l'influenza della Bibbia, la condotta morale venne concepita come sottomissione a una legge, e più precisamente alla legge di Dio.
"L'uomo interiore", dice S. Paolo nell'Epistola ai Romani, "volentieri acconsente alla legge di Dio; ma nelle membra del corpo io vedo un'altra legge alla quale si ribella la legge del mio spirito e che nelle mie membra mi rende schiavo della legge del peccato". Così si giunge infine a parlare di una "legge morale" anche a prescindere da un legislatore divino.
E così arriviamo a discutere del ruolo che il concetto di legge svolge nel pensiero scientifico moderno. Anche i nostri poeti chiamano leggi, in virtù della loro inviolabilità, gli ordinamenti fondati sulla natura.
Nella sua poesia Die Muβe Hölderlin descrive le terrificanti distruzioni dovute all'oscuro dell'inquietudine:
"Che in petto alla terra e agli uomini
Fermenta iroso, l'incoercibile, l'antico eversore
Che le città come agnelli fa a brani, che una volta l'Olimpo
Assalì, che ferve nei monti e fiamme ne scaglia,
Che sradica le foreste e attraverso l'oceano inoltra Mandando in frantumi le navi, eppure nell'ordine eterno Mai ti sommuove, o natura, né muta una sillaba sola
Alle tavole di tue leggi, perché anch'esso è tuo figlio,
Con lo spirito della quiete nato a un unico grembo"
Goethe, ormai anziano scrisse a un suo amico
"Più invecchio, più confido nella legge che fa fiorire la rosa e il giglio"
In epoca moderna la critica più dura mossa a tale concetto è quella di Nietzsche nella "Volontà di potenza: "Mi guardo dal parlare di leggi" chimiche: ciò avrebbe uno strano sapore di morale" (630) "Il fatto che qualcosa avvenga sempre così e così viene qui interpretato come se un essere agisse sempre così e così in obbedienza a una legge o a un legislatore, avendo intanto, a prescindere dalla "legge", la libertà di agire diversamente. Ma proprio quel "così e non altrimenti" potrebbe derivare dall'essere stesso, che si comporta così e così non precisamente per obbedire a una legge, ma perché è fatto così e così. Ciò significa solo che qualcosa non può essere anche qualcos'altro, non può fare ora questo ora quello, non è libero, né privo di libertà, ma appunto così e così. L'errore sta nell'inventarvi dentro un soggetto" (632)
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