L’ascesa della città e il confronto con Sparta - Civiltà Greca

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Storia > Il secolo di Atene
3. Il secolo di Atene
1. L’ascesa della città e il confronto con Sparta tra le guerre persiane e la guerra del Peloponneso.Temistocle, Cimone, Pericle
Per pentecontaetía si intende il periodo di circa 50 anni che intercorre tra la fine delle guerre persiane (con la conseguente fondazione della Lega navale delio-attica) e l’inizio della guerra del Peloponneso. L’idea di considerare unitariamente quegli anni è di Tucidide. Per Tucidide (libro I, capp. 89-117) il periodo è la lunga gestazione dello scontro tra Atene e Sparta. Nella sua narrazione si mescolano due nozioni fondamentali. L’una è quella secondo cui gli Stati tendono a crescere come esseri organici; se perciò in un determinato spazio storico, geografico, politico coesistono e concrescono due realtà di questo tipo, è anche una sorta di dato naturale, fisiologico, che esse si scontrino. Con questa concezione naturalistica di fondo (di radicale e fatalistico pessimismo) si intreccia una concezione, più critica, delle responsabilità di ciascuna di queste realtà: Sparta è la città che psicologicamente si configura come il mondo della conservazione, dell’avversione al nuovo, del timore di ciò che è diverso, distante, in movimento; Atene è la città del coraggio, dell’audacia, dell’iniziativa, dell’intraprendenza che sconfina nel gusto del rischio, dell’avventura, del nuovo e del grande, spesso del troppo grande. Certo, sulla responsabilità di fondo e primaria di Atene, e della sua crescita imperialistica, nello scoppio della guerra del Peloponneso Tucidide non ha dubbi; ma questo vale appunto per le cause e responsabilità profonde e remote dell’insorgere di quel terribile conflitto che devastò la Grecia per quasi un trentennio. Egli attribuisce la responsabilità immediata, dell’apertura cioè della guerra, ai Peloponnesiaci: la guerra "del Peloponneso" è definibile così perché l’aprirono (nel senso dell’avvio delle ostilità) i Peloponnesiaci, e perché così furono essi a «portare guerra» contro Atene e i suoi alleati.
Momento decisivo nella presa di coscienza, da parte di Atene, del suo nuovo ruolo, è l’assunzione dell’egemonia della Lega ellenica. Vi contribuiscono al principio fondamentalmente gli Ioni, ma non tutti a condizioni identiche. I più pagheranno un tributo in denaro, che in totale ammonta a 460 talenti annui; con navi contribuiscono città insulari (Samo, Chio, Lesbo), che hanno la funzione di sentinelle sul fianco orientale dell’impero egeo che sta nascendo. Sede del tesoro e delle riunioni del sinedrio federale sarà Delo, l’isola tradizionalmente teatro dei grandi raduni festivi ionici; una località abbastanza distinta da Atene, perché la scelta non sia sentita come una mortificazione della dignità degli altri Ioni, ma abbastanza vicina e tradizionalmente in stretto rapporto con la città egemone, perché resti soddisfatta l’esigenza di Atene di esplicare il suo ruolo di città-guida. La finalità dichiarata, e di fatto a lungo


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perseguita, sotto la spinta di Cimone, è quella della continuazione della difesa dai Persiani, e di un regolamento dei rapporti nell’Egeo soddisfacente per i Greci, cioè per la loro sicurezza e i loro interessi. Le voci discordi sembrano poche e isolate. Ne conosciamo certamente una, quella di Temistocle ormai assai meno interessato a un conflitto con la Persia e ben più sensibile al maturare di un conflitto con Sparta; ma egli fu ostracizzato, forse nel 471 a.C., in un momento che appare fermamente incluso in un periodo di predominio politico di uomini come Cimone (sul piano strategico) e come Aristide (sul piano politico e diplomatico), nonché di generale prestigio dell’Areopago, il vecchio consiglio aristocratico formato da ex-arconti, cioè da notabili inclini a una politica di conservazione.
Ostracizzato, Temistocle si recò dapprima nel Peloponneso, naturalmente in città ostili a Sparta, e poi in Epiro, in Macedonia e finalmente (dopo il 465, anno della morte di Serse) presso il re persiano Artaserse, che gli assegnerà il possesso di Magnesia, Lampsaco e Miunte, nell’Asia Minore occidentale, dove l’eroe di Salamina morrà, forse suicida, poco dopo. Nella tradizione domina, come causa dell’ostracismo, il motivo del medismo; un sospetto e un’accusa che gravano anche sull’altro grande protagonista delle guerre persiane, il reggente spartano Pausania. Rientrato, come sembra, con iniziativa personale a Bisanzio, Pausania ne fu sloggiato da Cimone; occupata Colone nella Troade, non potendo consolidare il suo dominio nella regione, finì col rientrare a Sparta, dove (circa gli anni 471-469) fu inquisito, e accusato di tentare con gli iloti una sovversione contro lo Stato spartano e in particolare contro l’eforato. Pausania si rifugia allora nel tempio d’Atena Calcieco (« dal tempio [con parti] in bronzo»), dove viene tenuto chiuso, e da dove è fatto uscire solo all’avvicinarsi della morte, sopravvenuta per inedia.



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Non meno incerti sono i fondamenti delle affermazioni riguardo all’impegno esplicato da Temistocle nell’alimentare il cosiddetto ‘moto democratico’ nel Peloponneso. Per quanto riguarda i due casi più evidenti, Argo ed Elide, non è facile dare la preminenza all’importazione di un modello, rispetto allo sviluppo, in larga misura autonomo, di condizioni interne. Ad Argo, dopo la sconfitta subita a Sepeia nel 494 ad opera degli Spartani, guidati da Cleomene I, si instaura provvisoriamente un governo di servi; ma si ha soprattutto un’evoluzione della città (dove la regalità dura fino al V secolo) verso forme democratiche, che si realizza attraverso un assorbimento nelle strutture politiche di quella popolazione rurale, che invece a Sparta permane stabile nella forma e condizione dell’ilotia. L’introduzione ad Argo di una quarta tribù, quella degli Hyrnáthioi, accanto alle tre tribù doriche tradizionali (Illei, Dimani, Pànfili), sembra appunto segnare questo particolare sviluppo. A tutto ciò si accompagna l’attenzione, la benevolenza e la simpatia di Atene
Nelle Supplici di Eschilo (463-461?), che contengono una precoce attestazione della parola demokratía, anche se in forma di perifrasi, è rappresentata un’assemblea di cittadini ad Argo, presieduta dal re Pelasgo, che decide, all’unanimità, e con alzata di mano (della «dominante mano del popolo», la démou kratoûsa cheír), di concedere asilo alle Danaidi, le figlie di Danao, inseguite dai loro rifiutati cugini, figli di Egitto.




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Ad Atene è ora il momento dell’ascesa di Cimone, il figlio di Milziade. È lui il generale delle prime operazioni della Lega navale, o almeno di quelle, fra esse, che Tucidide espressamente gli attribuisce. L’azione militare della Lega comincia in quell’area egea settentrionale, che, per essere meno direttamente a tiro della potenza persiana e del governatore persiano di Sardi, è quella in cui tradizionalmente si concentrano gli ultimi tentativi di resistenza alla Persia, o da cui può, con ragionevole speranza di successo, partire il moto di liberazione. Cimone libera perciò dalla residua presenza persiana Eione, alla foce dello Strimone (476), poi assoggetta Sciro (475).


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